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PRIMO MEMORIAL FRANCESCO CAIAZZO

ANGRI – Si svolgerà nei giorni di giovedì 19 e sabato 21 febbraio il primo memorial in ricordo di Francesco Caiazzo, socio dell’Assostampa Campania Valle del Sarno e autore di numerose pubblicazioni. La manifestazione dal titolo “Sport, perchè…” è stata organizzata dai membri della parrocchia Santa Maria delle Grazie di Angri su iniziativa di Giustino Caiazzo, figlio di Franco. Il programma, fitto di iniziative, vedrà la partecipazione di altre chiese cittadine e di diverse associazioni. “La parrocchia Santa Maria delle Grazie vuole offrire un momento di incontro, di amicizia e di solidarietà ai giovanissimi, ai giovani e ai meno giovani. Da qui l’organizzazione di questa due gionri di sport”, hanno dichiarato i promotori. “Lo sport, come ha sempre sostenuto Francesco, è portatore di sentimenti da condividere nelle vita quotidiana”, hanno continuato. Parteciperanno anche le parrocchie di Santa Maria di Costantinopoli e della Santissima Annunziata. Poi la parrocchia di San Michele Arcangelo di Cava dei Tirreni, il Terzo Circolo didattico cittadino, il CSI Angri 1983, il Gruppo Sportivo Carlo D’Antuono e il CSI di Cava dei Tirreni. Previsti mini tornei di calcio, di tennis tavolo e di volley la cui partecipazione sarà completamente gratuita. Si terrà, infine, anche una maratona di tre chilomteri. Circa un centinaio i partecipanti che hanno aderito con entusiasmo alla kermesse. L’evento gode del patrocinio del Comune di Angri e della collaborazione dell’Assostampa Campania Valle del Sarno. Gli attestati di partecipazione ai giovani atleti verranno consegnati domenica 22 febbraio dopo la celebrazione della messa delle dieci e trenta presso la parrocchia di Santa Maria delle Grazie nel quartiere Alfano.

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TANTI AUGURI DI BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO

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Sei in: Home > Inchieste > Il portaborse europeo è uno di… Pinterest 0 Email Casta Il portaborse europeo è uno di famiglia Tra politici ‘trombati’ e figli di famosi Alessandra Mussolini ha scelto il fidanzato della sua primogenita, con Cesa lavora la figlia maggiore di Rocco Buttiglione. Sono molti gli onorevoli che hanno “pescato” vicino casa i loro collaboratori. Per i quali Strasburgo assegna fino a 21 mila euro al mese

La grande famiglia della politica italiana ha un cuore enorme. E non perde occasione per dimostrare la sua generosità. In patria ma anche all’estero. Una munificenza consentita anche dai 21.209 euro che mensilmente Strasburgo mette a disposizione di ogni europarlamentare per pagare i collaboratori. Una somma pensata per assicurare a tutti il meglio in circolazione.
Eppure, passando in rassegna i 210 portaborse scelti dai nostri 73 europarlamentari – fra gli accreditati e quelli locali – emerge un quadro fatto di cognomi eccellenti, politici rimasti senza scranno, burocrati di partito da sistemare e perfino amici di vecchia data. Tutto assolutamente lecito, trattandosi di un rapporto fiduciario. Ma al tempo stesso, senza entrare nel merito delle singole valutazioni, una circostanza che pare confermare come il contratto stipulato nel 2004 dal leghista Francesco Speroni col primogenito del Senatùr, Riccardo Bossi – che tanto scandalo destò – non fosse un fenomeno così isolato.
MI MANDA PAPÀ
“La famiglia al primo posto” è un mantra per i politici italiani. E Alessandra Mussolini non fa eccezione: nel suo staff figura Marco Cavarischi, fidanzato 19enne della sua primogenita Caterina Floriani. Un lavoro di fiducia per il genero che verrà, insomma. Il quale nel frattempo si è già distinto su Facebook per la convinta difesa del “suocero” Mauro Floriani durante lo scandalo sulle baby squillo dei Parioli.

«Embè? Mica è vietato, non è un parente» si affretta a sottolineare la Mussolini non appena l’Espresso le chiede lumi sulla decisione. «E comunque collaborava con me già da prima che diventassi europarlamentare». Quanto alle mansioni di cui il giovane si occupa, l’esponente di Forza Italia non va oltre un laconico “rapporti col territorio”.

E se la legge vieta di assumere i parenti, nulla vieta di farlo con quelli altrui. Quando è arrivato a Strasburgo, forte di oltre 57 mila preferenze, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa non ha avuto dubbi nella ricerca di un valido collaboratore: la scelta è ricaduta su Benedetta Buttiglione, figlia del più celebre Rocco. A volerla con sé a Strasburgo, nel 2009, era stato Magdi Cristiano Allam, anche lui eletto con l’Unione di centro . D’altronde l’imprinting familiare è evidente: nel suo blog , ormai abbandonato, la Buttiglione junior si definisce “fan della famiglia tradizionale” e impegnata nella difesa di valori non negoziabili come il no all’aborto, ai matrimoni gay e all’eutanasia. Tutta suo padre.

Nello staff del forzista Fulvio Martusciello c’è Laura Fasolino, figlia del defunto Marcello, vulcanico imprenditore partenopeo attivo nell’edilizia e nell’energia, che nel 2001 – ai tempi in cui era candidato sindaco a Napoli – sostenne Antonio Martusciello, fratello di Fulvio.

I SENZA SCRANNO
Non mancano gli europarlamentari che si sono impegnati a trovare una collocazione a colleghi di partito rimasti senza incarico. Il forzista Salvatore Cicu ha preso come collaboratore l’ex deputato Pippo Fallica, che lo scorso anno si era candidato alle politiche senza successo con Grande Sud («Siamo stati compagni di banco a Montecitorio per 12 anni» sottolinea il diretto interessato). Il motivo? Forte in Sardegna ma assai debole in Sicilia, in campagna elettorale i due hanno stretto un accordo. Risultato: quasi 13 mila preferenze in Sicilia, metà dei quali fra Palermo e provincia, feudo di Fallica. Voti decisivi, visto che Cicu è entrato a Strasburgo per il rotto della cuffia: appena 700 voti in più di Gianfranco Miccichè, rimasto fuori dalla porta. E adesso, per l’ex onorevole, un contrattino anche come forma di riconoscenza.

L’ex commissario Antonio Tajani ha deciso di fare affidamento a livello locale sull’ex consigliere regionale del Lazio Francesco Battistoni, che – da capogruppo Pdl – con le sue denunce fece esplodere nell’estate 2012 il caso Fiorito. Candidato alla Camera, nemmeno lui era riuscito a varcare la soglia di Montecitorio. Col leghista Mario Borghezio c’è invece Filippo Pozzi, in passato assessore all’Ambiente della Provincia di Piacenza.

Non fa eccezione il Movimento cinque stelle, che pure vede come il fumo negli occhi chi viene dagli altri partiti o ha avuto esperienze politiche precedenti: fra i portaborse del grillino Marco Zullo figura Alessandro Corazza, fino allo scorso anno capogruppo dell’Italia dei valori alla Regione Friuli.

Chi fa eccezione, ma al contrario, è Flavio Zanonato, che un incarico l’ha dato a chi un posto ce l’ha già: Andrea Micalizzi, assessore al Verde pubblico ai tempi in cui l’ex ministro era sindaco di Padova. Eppure Micalizzi dovrebbe essere già sufficientemente impegnato: è stato rieletto appena tre mesi fa col Pd ed è vicepresidente del Consiglio comunale. «In realtà l’attività da consigliere è più semplice e forse chi ha un incarico politico svolge anche meglio il compito di collaboratore» assicura lui.

APPARATO DIRIGENTE
Sarà per questo che proprio il Partito democratico, erede della struttura pesante di impronta Pci, pare essersi specializzato nel collocamento dei funzionari. Circostanza che consente fra l’altro di coltivare il rapporto con le federazioni di provenienza e assicurarsi così preferenze alle primarie e in cabina elettorale. Qualche caso? Con Cécile Kyenge c’è l’ex segretario Pd di Modena, Paolo Negro. Goffredo Bettini ha scelto Marco Tolli, coordinatore della segreteria a Roma e già candidato senza successo al Campidoglio, Isabella De Monte ha puntato sul segretario dei Giovani democratici di Udine, Rudi Buset, Roberto Gualtieri sul segretario provinciale di Viterbo Andrea Egidi, che già aveva ricevuto il suo endorsement durante la campagna congressuale.

Tutt’altra storia a destra, dove i rapporti più fidati sono quelli che resistono all’usura del tempo. Lo sa bene Giovanni Toti, che nella sua squadra ha voluto l’avvocato Pietro Paolo Giampellegrini, compagno di classe dalle elementari al liceo. Interpellato dal quotidiano livornese Il Tirreno , il legale non ha perso occasione per tessere le lodi del vecchio amico: «Era alto, bello, dai modi pacati, sempre ben vestito, bravo nell’eloquio. Un leader. Già allora si vedeva che sarebbe diventato qualcuno». Più che un collaboratore, una garanzia.

Fonte: repubblica.it
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Benzina, irregolare quasi un distributore su 3. Controlli shock della Finanza

Blitz della Guardia di finanza nei distributori di carburante: su 800 impianti visitati in tutta Italia nell’ambito di un piano estivo a tutela dei consumatori, 230 sono risultati irregolari, pari al 28% dei controlli eseguiti. Gli uomini delle Fiamme Gialle hanno denunciato 33 persone, sequestrato 93 colonnine, 449 pistole erogatrici ed oltre 780 mila litri di prodotti petroliferi. Tra le irregolarità riscontrate anche un centinaio di violazioni alla disciplina sui prezzi.

Gli impianti controllati sono stati selezionati dalla Gdf sulla base di una mirata analisi di rischio che ha tenuto conto sia delle informazioni raccolte dai finanzieri sia delle segnalazioni arrivate dai cittadini. Controlli che rientrano in un piano per tutelare sia i consumatori sia gli imprenditori onesti. Nel corso dei controlli è stato verificato in particolare se il carburante effettivamente erogato fosse lo stesso di quello contabilizzato e pagato dagli automobilisti, se fossero state mischiate alla benzina o al gasolio sostanze dannose per le auto, se fosse stata rispettata la disciplina dei prezzi esposti, finalizzata ad offrire ai cittadini una corretta informazione e scegliere dove fare rifornimento.

La frodi scoperte dalla Gdf, molte della quali in Campania, hanno riguardato tra l’altro schede elettroniche modificate inserite nelle colonnine dove sono indicati i litri di benzina erogati, l’alterazione delle stesse colonnine e delle pistole erogatrici, la contraffazione dei ‘piombi’, vale a dire i sigilli messi agli impianti per evitare che vengano manomessi.
Nella zona di Latina, invece, i finanzieri hanno scoperto una serie di impianti dove veniva attuata una pubblicità ingannevole sui prezzi di vendita del carburante.

 

Fonte: La Repubblica.it

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Scontro sugli stipendi in Parlamento: 136mila euro al barbiere, contributi esclusi

La Camera dei deputati lavora al nuovo bilancio pluriennale. La presidente Laura Boldrini promette per il prossimo 21 luglio nuovi tagli alla spesa e risparmi corposi: dalla ristorazione con la riduzione del contributo fisso, agli affitti che costano 40 milioni l’anno. Ma il vero nodo della politica italiana sono gli stipendi. Dei dipendenti, più che dei deputati. I quasi 1.500 lavoratori di Montecitorio costano 310 milioni di euro, cui vanno aggiunte le spese per i pensionati: altri 227 milioni di euro. Insieme pesano per il 50,9% delle spese della Camera, che si aggirano intorno al miliardo di euro l’anno. Numeri che fanno impallidire quelli dei 630 deputati: questi, insieme coi colleghi pensionati, valgono “appena” il 25% dei costi, 130 milioni per gli onorevoli in carica e 138,9 milioni per i vitalizi.

Oneri che appaiono insostenibili in un Paese dove la disoccupazione è stabile intorno al 13%, la cassa integrazione vola verso il miliardo di ore annue e i contratti di solidarietà assottigliano gli stipendi alle famiglie italiane. Tagliare però non è facile. Il Parlamento gode della “autodichia” prevista dall’articolo 64 della Costituzione: in sostanza le Camere hanno una giurisdizione riservata sullo status giuridico ed economico dei propri dipendenti, che viene quindi definito attraverso atti interni – i regolamenti – non modificabili dalla legge. Un istituto nato dopo la dittatura per garantire l’indipendenza del legislatore, ma che negli anni ha creato privilegi oggi insostenibili

e quasi inattacabili. Anche il tetto alle retribuzioni di 240mila euro lordi stabilito dal governo Renzi non ha in alcun modo scalfito le sicurezza dei dipendenti di Montecitorio.

Ci sta ora provando il presidente Boldrini, ma per raggiungere un risultato concreto deve vincere le resistenze di una selva di 25 sigle sindacali. Anche perché gli anni di privilegi hanno livellato molto gli stipendi, ma verso l’alto. E tagliare il salario del segretario generale e del suo vice (406mila euro l’anno e 304mila euro, esclusi gli oneri previdenziali e le indennità di funzione da 660 euro al mese) a 240mila euro annui vorrebbe dire avvicinarlo troppo a quello di un tecnico documentarista o di un ragioniere con una decina di anni di anzianità.

Se la Boldrini riuscisse nell’impresa, sarebbe la fine di alcuni casi di remunerazioni che stridono con quelle presenti nel resto del Paese. Oggi barbieri, elettricisti, autisti e centralinisti entrano con uno stipendio imponibile lordo di 30mila euro l’anno cui si aggiungono contributi previdenziali per altri 5.300 euro: dopo 10 anni la retribuzione sale oltre i 50mila euro, ma a fine carriera un barbiere o un centralinista con 40 anni di servizio guadagna circa 136mila euro (al netto di 24mila euro di contributi previdenziali). I commessi (nel rapporto di 0,7 per deputato) per un lavoro non diverso da quello di un usciere d’albergo guadagnano addirittura di più.

Non si possono lamentare neppure i ragionieri e i consulenti. Certo il processo di selezione non è dei più semplici, ma neppure complesso come un concorso da diplomatico o da magistrato. Eppure lo stipendio d’ingresso alla Camera è da favola: 39mila euro annui per i primi, 64mila per gli altri. Salari più che raddoppiati dopo 10 anni e che a fine carriera arrivano a 238mila e 358mila euro l’anno. Sempre al netto dei contributi previdenziali.

 

Fonte: repubblica.it

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Stipendi d’oro alla Camera di Commercio: via ai rimborsi

Stipendi d’oro erogati illecitamente agli impiegati della Camera di commercio di Napoli: il segretario generale Antonio Vinci e i dirigenti Lucio Tisi, Antonio D’Angiò, Raffaele Sinno, Alfonso Battaglia e Francesco Festa risarciscano di tasca propria il danno erariale arrecato alle casse dell’ente di piazza Bovio.

Per lo sperpero di danaro pubblico, la Corte dei conti di Roma (Seconda sezione giurisdizionale centrale di appello) ha condannato i convenuti a pagare somme tra i 109mila e 38mila euro. La condanna è definitiva ed inappellabile: i convenuti, pertanto, non possono fare altro che mettere mano al proprio portafogli e saldare il debito nei confronti dell’ente camerale, presieduto da Maurizio Maddaloni.

 

Fonte: il mattino.it

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Digiuno come cura: risveglia le difese dell’organismo

Basta qualche giorno di digiuno per risvegliare il sistema immunitario, rinforzarlo e ringiovanirlo, sia in età avanzata sia in caso di tumore, rendendo l’organismo più reattivo e combattivo contro le malattie. Resa nota sulla rivista Cell Stem. La scoperta è del genovese Valter Longo, direttore dell’Istituto di Longevità della University of  Southern California.
Gli esperti hanno anche iniziato sperimentazioni su pazienti con tumore e sugli anziani per vedere gli effetti del digiuno e di una dieta “mima-digiuno” sul sistema immunitario. Già in un precedente studio, Longo e i colleghi genovesi dell’ospedale Gaslini avevano dimostrato che la terapia del digiuno potenzia di molto l’effetto della chemio. A seguire, i ricercatori hanno ideato la dieta mima-digiuno ora in sperimentazione clinica.

La dieta è più sicura del digiuno perché evita carenze nutritive. Con gli anni anche il sistema immunitario invecchia e diviene meno funzionante, quindi l’anziano è più esposto a rischio infezioni e altre malattie. Lo stesso avviene nel cancro. Gli esperti hanno visto che esponendo topolini per qualche giorno al digiuno, prima della chemio, i globuli bianchi si riducono ma poi subito dopo aumentano e risultano rinvigoriti grazie a staminali che vengono riversate nel sangue.

«Abbiamo scoperto che questo effetto è in grado di accendere le cellule staminali rendendole in grado non solo di rigenerare cellule immunitarie e fermare l’immunosoppressione causata dalla chemioterapia, ma anche di ringiovanire il sistema immunitario di topi» conclude Longo.

 

Fonte: il mattino.it

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Broccoli, gli otto effetti benefici che hanno sulla nostra salute

A molti, soprattutto i più piccoli, non piacciono affatto. Eppure i broccoli, come riportato dal portale Care 2, hanno notevoli effetti benefici sul nostro organismo.

Ecco gli otto motivi per cui i broccoli fanno bene alla salute:
1) Funzione anti-cancro: la glucorafanina presente nei broccoli viene rielaborata dal nostro corpo in un composto, il sulforano, che contrasta le cellule tumorali e combatte il batterio dello stomaco H. pylori, mentre l’antiossidante indolo-3-carbinolo non solo migliora le funzioni del fegato, ma contrasta anche i tumori al seno, all’utero e alla prostata.
2) Contrasto del colesterolo: le fibre solubili presenti nei broccoli permettono al corpo di eliminare il colesterolo.
3) Funzioni anti-allergiche e anti-infiammatorie: i broccoli contengono isotiocianati e kaempferolo, ottimi anti-infiammatori naturali.
4) Funzione anti-ossidante: nei broccoli sono presenti degli ottimi anti-ossidanti come la vitamina C e il beta-carotene.

5) Rinforzo per le ossa: i broccoli contengono calcio e vitamina K, che rinforzano l’apparato scheletrico e limitano le malattie degenerative.

6) Alcalizzati: i broccoli, come le altre verdure, abbassano il livello di acidità del nostro corpo e permettono una maggiore tonicità muscolare e rinforzano il sistema immunitario.
7) Aiuto per la dieta: i broccoli contengono fibre che abbassano il livello degli zuccheri nel sangue, combattono la stitichezza e aiutano una corretta digestione. Rispetto al riso o al mais, i broccoli hanno la stessa quantità di proteine ma contengono la metà delle calorie.
8) Detox: nei broccoli sono presenti fitonutrienti come la glucorafanina, la gluconasturtina e la glucobrassicina, che aiutano il corpo ad espellere tossine e agenti contaminanti.

 

Fonte: il mattino.it

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Aboliamo le Prefetture e risparmiamo 1,7 miliardi euro all’anno!

Democrazia e prefetto repugnano profondamente l’una all’altro. Né in Italia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono.

Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è: Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde……Così pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; così si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda.

Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la gente sbriga da sé le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo centrale.”

Così Luigi Einaudi scriveva in un supplemento alla Gazzetta ticinese, “L’Italia e il secondo risorgimento”, sotto lo pseudonimo di Junius. Era il 17 luglio 1944, giusto 70 anni fa.

Ma i prefetti, rafforzati dal regime fascista come strumento di penetrante controllo centrale sul territorio, erano già una casta potente. Tanto potente da impedire da impedire non solo che andasse in discussione la loro soppressione, ma persino il loro accorpamento.

 

Eppure proposte in tal senso ne sono state fatte anche nella scorsa legislatura.

Basti dire che già nella “Contromanovra 2011” da me elaborata per Idv ne avevo inserito l’abolizione, che tuttavia non incontrava il consenso di Di Pietro, da ex poliziotto sensibile a quella casta.

Il 14 giugno 2010 intervenendo in aula nella discussione sul disegno di legge sulla “Carta delle autonomie” dissi tra l’altro: “Lo stesso dicasi per le prefetture, per le quali prima si prevede la loro riduzione e poi si cancella tale previsione. Sapete quanto costano le prefetture ogni anno? Quasi un miliardo. Chiaramente non è che si risparmi tutto, eppure anche in questo caso prima si doveva fare un intervento, addirittura era prevista l’intera soppressione, la riduzione ad una prefettura per ogni regione, poi improvvisamente anche lì si è avuta la soppressione della modifica, così come si evince se andiamo a vedere cos’è successo in Commissione. Noi ve lo riproporremo anche domani e staremo anche attenti a vedere come si voterà su questi aspetti.”

 

E il 23 gennaio 2012, nel mio intervento sul “Milleproroghe”, attaccavo frontalmente il governo reo  “di continuare a spendere del denaro per le opere necessarie alla creazione delle prefetture in alcune province di nuova istituzione (Monza, Fermo, Barletta-Andria-Trani). È incomprensibile, perché il Governo giustamente – e noi lo appoggeremmo fino in fondo – ha avviato un percorso che finalmente dovrebbe portare all’abolizione delle province. Già di per sé l’idea che si potesse mantenere la vigilanza da parte delle prefetture, che già prima vigilavano in quei territori, sarebbe stata una cosa buona da fare. Si sono investiti 50 milioni di euro (non stiamo parlando di bruscoletti anche qui).”

 

Sul costo delle prefetture si è molto discusso.

Secondo qualcuno le prefetture costano oltre mezzo miliardo all’anno, di cui quasi l’80% se ne va in costi di personale. Le retribuzioni variano dai 57 mila euro del vice prefetto aggiunto ai 151 mila del prefetto e, secondo un’inchiesta de il Fatto Quotidiano, sono cresciute del 57% negli ultimi dieci anni, contro un aumento del 30% registrato dagli stipendi degli altri dipendenti pubblici.

Mediamente, le prefetture costerebbero 10 euro a cittadino, ma un monitoraggio eseguito la scorsa estate dal ministero della Funzione pubblica ha rilevato non poche anomalie:  a Milano solo 3,89 euro per abitante, a Torino 4,82, a Bergamo 5,38, a Roma 6,27. Ma a L’Aquila diventano 22,27 per abitante, a Campobasso 25,08 e ad Isernia addirittura 42,34 euro.

La Commissione tecnica della finanza pubblica, istituita dalla Finanziaria 2007 e soppressa dal governo Berlusconi, nelle conclusioni de “La revisione della spesa pubblica-Rapporto 2008” scrive che “l’incidenza del costo delle Prefetture sulla spesa complessiva del Ministero dell’Interno, al netto dei trasferimenti agli enti locali è del 13% (mentre è il 15% per la rete dei VV.FF. e 68% per la rete di Pubblica Sicurezza).Secondo la Commissione la spesa complessiva per i tre comparti (Prefetture, Pubblica Sicurezza e Vigili del Fuoco) è di circa 12 miliardi di euro. Se così è le prefetture costano 1,7 miliardi di euro.

Il personale di Carriera prefettizia era di 1.561 unità mentre il personale dipendente impiegato nella rete delle Prefetture ammontava a 9.441 unità.

La spesa annuale complessiva del dicastero per i fitti di immobili ammontava a 47 mln di euro, ma nel corso degli anni si erano accumulati debiti nel pagamento dei canoni – dettati da “insufficienza di risorse” – che alla fine del 2006 ammontavano a 28 mln di euro (da ciò ne consegue che l’indicazione delle spese annuali per consumi intermedi non sono da considerarsi “valide”; il vulnus è nel fatto che pagamenti non effettuati non entrano nel comparto delle spese, ma il “non speso” si tramuta, in altra parte del bilancio, in debiti!).

Le competenze delle prefetture sono talmente marginali (sfratti, immigrazione, cittadinanza, tossicodipendenza, servizi elettorali) e non complessi che potrebbero essere assegnati al sindaco del capoluogo.

 

Fonte: antonioborghesi.it

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